Suggestiva cena dantesca alla Locanda

Cena dantesca alla Locanda Strada della Marina 7' di lettura 09/03/2009 - Alla luce soffusa di cento candele si è svolta la Cena Dantesca, sabato scorso, presso la Locanda Strada della Marina di Senigallia. Ospite d\'onore Pieralvise Serego Alighieri, ultimo discendente di Dante.


Una cornice suggestiva quella che ha accolto sabato sera i commensali della Cena Dantesca, organizzata dalle signore Stefania Becci, titolare della Locanda Strada della Marina, e Marinella Marchetti, titolare del ristorante Maremosso alla Locanda.


La cena si è tenuta nel salone principale della Locanda, dove le tavole, elegantemente apparecchiate con un raffinato servizio di posate e brocche in terra cotta, sono state illuminate dalla calda luce di decine e decine di candele sparse ovunque nella stanza; eliminando la luce elettrica, proprio per evocare un\'atmosfera che si avvicinasse il più possibile a quella delle cene medievali.


Un ricco menù di quattordici portate, ispirate ai Canti della Divina Commedia e ad altre opere di Dante Alighieri, ha deliziato i palati dei commensali.

Ad animare la serata è intervenuto il Prof. Angelo Chiaretti, Presidente del \"Centro Studi Dantesco San Gregorio in Conca\" e consulente gastronomico del Formaggio delle Fosse della Porta di Sotto di Mondaino (RN), che ha commentato le portate accompagnandole con la lettura di alcune terzine dantesche e con il racconto di aneddoti ed episodi insoliti della vita del Sommo Poeta.


Evento eccezionale è stata la partecipazione del conte Pieralvise Serego Alighieri. Ultimo discendente di Dante, il conte è nato e risiede a Verona, città dove Dante trovò rifugio dopo l\'esilio e dove si formò la sua discendenza. Il conte e la sua famiglia producono il vino Valpolicella.



Il Conte Pieralvise Serego Alighieri e il professore Angelo Chiaretti

La signora Stefania Becci ha presentato la serata con un saluto di benvenuto ai presenti, seguita dal Prof. Chiaretti che ha illustrato brevemente lo spirito e le caratteristiche dei convivi medioevali, che, contrariamente a quanto si è soliti pensare, erano accompagnati da pietanze piuttosto elaborate: come la carne arrosto cucinata nella brace di chiodi di garofano, un piatto molto costoso per la sua preparazione, o addirittura le monete di fiorini d\'oro ripassate nella farina e messe a friggere, che si gustavano succhiandole fino a terminare la parte commestibile. Sicuramente una cucina per soli ricchi.


L\'inizio della Cena Dantesca è stato salutato dal Porf. Chiaretti con l\'augurio \"Mens leta, requies et sana dieta\", regola benedettina, e con l\'invito a condire i cibi con \"liquor d\'ulivi\" per coloro che volessero vivere una vita contemplativa (che pur con cibi di liquor d\'ulivi/ lievemente passava caldi e geli,/ contento ne\' pensier contemplativi - Paradiso, Canto XXI).

Il banchetto è stato aperto dalle \"Tartare di Madonna Bellaccoglienza\" e qui il Prof. Chiaretti ha introdotto i \"sonetti del Fiore\", mostrando ai commensali un lato poco noto di Dante Alighieri, quello più licenzioso e pruriginoso, dato che si tratta di componimenti a tema erotico. Citando Giovanni Papini, il prof. Chiaretti ha sottolineato la vitalità di un Dante \"palpitante\", gaudente. Un Dante che ebbe una moglie, dei figli, diverse amanti e che non disdegnò mai la buona cucina. Nel \"Fiore\", infatti, sono presenti numerosissimi riferimenti alla gastronomia, e Chiaretti ha sottolineato come una brava signora (femmina la chiama Dante) conquista sempre un uomo con la sua cucina.


La suite di primi si è aperta con la \"Suppa alla Beatrice\", una zuppa a base di orzo e crostini, ispirata al Canto XXXIII del Purgatorio, dove Dante fa dire a Beatrice la \"vendetta di Dio non teme suppe\". Questo verso è stato spiegato dal prof. Chiaretti con il riferimento ad una curiosa pratica giudiziaria medievale, secondo la quale chi, accusato di un reato, riusciva a mangiare sette \"suppe\" di verdura di seguito senza farsi catturare dalle guardie, e purché ciò avvenisse alla presenza di un notaio che aveva il compito di certificare l\'accaduto, si vedeva condonare il reato. Cosa, ovviamente, impossibile per i peccati commessi di fronte a Dio, la cui \"vendetta\" non temeva \"suppe\". (Sappi che \'l vaso che \'l serpente ruppe,/ fu e non è; ma chi n\'ha colpa, creda/ che vendetta di Dio non teme suppe).

Il Canto XXXIII del Purgatorio è anche quello del \"cinquecento diece e cinque\", la cui interpretazione non ha mai trovato soluzioni concordi tra gli studiosi. Probabilmente, Dante si riferisce qui alle tre lettere romane DXV e alla voce che esse formano, collocandosi la terza tra le prime due e dando luogo alla parola DVX, Capitano. Questo verso conterrebbe una profezia di Dante.


Con un esplicito riferimento alle Marche, il prof. Chiaretti ha poi citato il Canto XXI del Paradiso, dove si narra del passaggio di Dante e San Pier Damiani per l\'eremo di Fonte Avellana: «Tra \' due liti d\'Italia surgon sassi,/ e non molto distanti a la tua patria,/ tanto che \' troni assai suonan più bassi,// e fanno un gibbo che si chiama Catria,/ di sotto al quale è consecrato un ermo,/ che suole esser disposto a sola latria». Un espediente per introdurre la successiva portata a base di carne bovina marchigiana.

Proprio a Fonte Avellana si trova un\'importante biblioteca dantesca (lo scriptorium di Fonte Avellana); la nuova sede venne inaugurata nel 1965, anno in cui è ricorso il VII centenario della nascita di Dante.


Chiaretti ha accompagnato i commensali verso la conclusione della cena, introducendo la figura enigmatica di Matelda e proponendone una lettura al contrario, come \"ad letam\", colei che sorride e che ha la funzione di condurre Dante a Beatrice.

Dante la incontra, sulle rive del fiume Letè, nel Canto XXVIII del Purgatorio (e là m\'apparve, sì com\' elli appare/ subitamente cosa che disvia/ per maraviglia tutto altro pensare,// una donna soletta che si gia/ e cantando e scegliendo fior da fiore/ ond\' era pinta tutta la sua via.), definito da Chiaretti un vero e proprio trattato di seduzione.

Un altro deciso riferimento alla seduzione è stato indicato anche nei seguenti versi del Canto XXX del Paradiso: L\'alto disio che mo t\'infiamma e urge,/ d\'aver notizia di ciò che tu vei,/ tanto mi piace più quanto più turge. Che hanno rafforzato la convinzione nel prof. Chiaretti delle grandi qualità amatorie di Dante.


La serata si è conclusa con due giochi: \"Gufi o Allodole?\", un piccolo sondaggio volto a scoprire le peculiarità maschili e femminili, in base al quale di solito si ritiene che le donne siano \"gufi\", ovvero creature notturne e sognanti, mentre gli uomini \"allodole\", cioè diurni e operosi; e il \"Gioco della Zara\", dall\'arabo \"El Azar\" (da cui l\'espressione gioco d\'azzardo), che si gioca con tre dadi, su cui una volta al posto dei pallini erano raffigurati dei fiori, lanciati con la mano sinistra: vince chi realizza il numero che ha scelto prima di tirare.


Alla Cena Dantesca ha partecipato anche il giornalista Marco Angelini, redattore della rubrica Viaggi di Repubblica, grazie alla cui collaborazione è stato possibile realizzare l\'evento.


Il menù della Cena Dantesca:

Antipasti:
Tatare di Madonna Bellaccoglienza
Frittatina alla Glauco


Le paste:
Suppa alla Beatrice
Penne alla Dante
Mense alla Virgilio


Le pietanze:
Carni bollite alla San Pier Damiani
Salse alla Ciacco
Castrone alla Forese Donati
Verdure Guelfe
Miele e Formaggio di Fossa del Monte Diana


Dolci:
Torta di Frutti Mistici
Acqua del Fiume Letè


Vini:
Vini dei Colli di Senigallia