Libri & Cultura: Bianca come il latte rossa come il sangue
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06/10/2010
- L’impressione che si ha nel leggere Bianca come il latte rossa come il sangue (Mondadori, 2010, 254 pp.) è decisamente singolare, e il titolo racchiude già in sé tutta la complessità del mondo che Alessandro D’Avenia vuole raccontare nelle pagine del romanzo.
Un mondo – quello adolescenziale – ricco di immagini e di colori, ma a volte altrettanto povero di vitalità e di domande di senso, che i personaggi del libro sembrano invece ricercare con insistenza, a tratti eccessiva.
Inizia bene l’autore intrecciando colori ed emozioni. "Ogni cosa è un colore. Ogni emozione è un colore. Il silenzio è bianco. Il bianco infatti è un colore che non sopporto: non ha confini. […] Anzi, il bianco non è neanche un colore." Un incipit che fa pensare a un gioco sotterraneo, a una sfida che si risolve in profondità tra il mondo ideale dei protagonisti e la realtà con cui si trovano a fare i conti ogni giorno, nella quale sperimentano il male, il tradimento, l’illusione. Ma a volte i due piani si sovrappongono e allora i personaggi di D’Avenia sembrano respirare pochi attimi di benessere e di felicità: l’amore, la fiducia negli altri, l’amicizia, la sicurezza degli affetti famigliari, la fede verso qualcosa di ultraterreno traspirano dalle pagine del libro come i valori necessari che ogni giovane ricerca, per i quali è disposto a lottare e a sacrificarsi. Il colore (o l’assenza di colore) diventa allora la semplificazione dello stato d’animo del protagonista, l’effetto immediato che l’esperienza diretta provoca sui sensi.
Attraverso il colore la complessità della vita sembra smaterializzarsi, per lasciare in piedi, ben salde, solo alcune semplici certezze.
In questo modo i personaggi del romanzo riescono a spaziare su tematiche molto profonde con riflessioni semplici, con il linguaggio rapido del mondo giovanile. Le loro parole rispecchiano l’esperienza che hanno della vita, che chiede loro di stare al passo con dei ritmi spesso disumani e con delle esigenze imposte dalla società ma che non hanno nulla a che vedere con ciò che veramente sta a cuore ai ragazzi. Leo, Beatrice, Silvia nel corso della vicenda si pongono di fronte a problemi di primo piano (la morte, il dolore, la malattia) che li scuotono interiormente con una spontaneità che D’Avenia traduce in uno stile colloquiale semplice e diretto, riflesso di quell’esperienza scolastica (come studente prima e come docente poi) che probabilmente ha dato lo spunto alla stesura dell’opera.
Se da un lato tale genuinità è apprezzabile, dall’altro però il contrasto tra i dubbi profondi dei ragazzi e lo stile giovanilistico del libro a lungo andare può presentare qualche stonatura. Infatti ci sembrano così diversi rispetto ai coetanei questi personaggi che ci aspetteremmo da loro un comportamento più attento, più profondo, più coerente insomma con quanto affermano (o pretendono di affermare) lungo il corso della narrazione. Invece alla fine anch’essi si ritrovano a compiere dei passaggi importanti per la propria vita con una certa superficialità, la stessa che hanno rimproverato agli altri pagina dopo pagina. Le contraddizioni che rifiutano a parole sono evidenti nei fatti e in ciò una parte delle buone intenzioni dell’autore si perde. A meno che – cosa del tutto verosimile - il suo obiettivo non sia proprio quello di evidenziare tale discrepanza nella realtà dei giovani. Ma allora perché indugiare sulle buone intenzioni e sulle presunte (quanto precarie) profonde riflessioni dei protagonisti? In questo modo D’Avenia rischia di cadere nell’ambiguità di creare aspettative che non è in grado di soddisfare.
Se egli punta (come sembra) sulla positività di fondo delle nuove generazioni allora il suo romanzo in parte lo smentisce. Se invece vuole mettere a nudo il contrasto al quale abbiamo accennato allora la prospettiva con cui leggere l’opera diventa completamente diversa. In questo secondo caso però il quadro che ne esce non è molto confortante.
Questo è un articolo pubblicato il 06-10-2010 alle 02:03 sul giornale del 07 ottobre 2010 - 10640 letture
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