Libri & cultura: Sopra le nuvole non piove mai

Sopra le nuvole non piove mai 3' di lettura 04/11/2011 -

La lettura del primo libro di Roberto Rovaldi, Sopra le nuvole non piove mai (Marcelli Editore, 2009, 139 pp.), non è sempre agevole. In un solo romanzo infatti l’autore inserisce volutamente numerosi aspetti – forse troppi – e diverse tematiche: vuole parlare di sé e dei suoi viaggi in giro per il globo terrestre, ma allo stesso tempo invita a riflettere su vari argomenti attuali di interesse generale, come se volesse in poche pagine risolvere i problemi del mondo.



Una tale vastità di prospettive, se da un lato incuriosisce appunto per gli spunti eterogenei che vengono offerti, dall’altro però rischia di disorientare chi legge e di impedire una comprensione immediata, resa ancora più problematica dalla scelta editoriale grafica, che si traduce in una impaginazione alla lunga ostica. Eppure il racconto di Rovaldi riesce a farsi strada con agevolezza attraverso questi impedimenti contingenti e a trascinare il lettore con naturalezza negli stessi luoghi visitati dall’autore e ripercorsi lungo le pagine del romanzo, nel quale una scrittura di tipo diaristico si alterna a parti più riflessive che affrontano digressioni ampie ma interessanti soprattutto per la spontaneità e la vitalità che trasudano dal contenuto.

L’autore decide di dividere concretamente il volume in due parti. Nella prima ad ogni capitolo corrisponde la narrazione di una particolare esperienza legata alle persone incontrate nei posti più disparati, da New York allo Sri Lanka, dalla Malaysia al Sud America: ciò che conta veramente è l’incontro con le persone e le reazioni meravigliose e insondabili che ne possono seguire. Spesso infatti – sembra voler comunicare Rovaldi - la vita ci mette di fronte ad occasioni di crescita inaspettate, nelle quali l’altro è sempre il protagonista, l’unico in grado di cambiarci profondamente.

Alla prima parte “Impressioni di viaggio” segue una seconda sezione, “Impressioni dell’animo”, nella quale è evidente (dal titolo scelto) il desiderio di lasciare spazio alle proprie riflessioni personali: infatti l’autore si dilunga in diverse considerazioni sull’esistenza umana, sul tempo e sullo spazio, sul viaggio come occasione di crescita e sulle varie forme di civiltà con cui è possibile – in qualsiasi angolo, anche il più remoto, della terra - entrare in comunicazione. Particolarmente significativa è la sua visione del mondo occidentale, dal quale l’autore non è in grado di staccarsi mai del tutto, ma di cui nota continuamente le innumerevoli stranezze non appena ha la possibilità di passare del tempo in mezzo a quei popoli descritti sì come selvaggi, ma decisamente felici (e non sembra una felicità solo apparente!) perché conoscono il modo forse migliore e più genuino di vivere il proprio rapporto con la natura e di realizzare l’armonia con gli elementi del cosmo e con gli altri uomini.

Rovaldi non vuole fuggire dal benessere e dalla civiltà, eppure sembra constatare nel benessere e nel progresso della tecnologia, nell’attaccamento al lavoro, al successo, alla ricchezza, i punti deboli di un sistema che rischia di non rendere del tutto felice chi ad esso si adegua senza prospettive e senza coltivare la minima possibilità di volare al di sopra delle nuvole (per passione, per necessità o per semplice curiosità) e di entrare a contatto con modi di vita del tutto diversi, non per questo meno soddisfacenti.








Questo è un articolo pubblicato il 04-11-2011 alle 10:29 sul giornale del 05 novembre 2011 - 11383 letture

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