Libri & Cultura: La pagina numero dodici di Egisto Corradi
3' di lettura
25/03/2013
- C'è in ogni libro che si rispetti una pagina su cui apporremo nell'angolo in alto a destra/sinistra la famosa orecchietta (odiata da tanti) o che comunque distingueremo da altre pagine evidenziandone l’importanza con segni di vario genere o tipo. Magari riportandone il numero, a matita, in fondo al libro. Non che questa pagina sia più importane di altre tantoché non occorrerebbe continuare oltre la lettura. Semplicemente ci piace.
Era ciò che ci aspettavamo da quel romanzo ma che non sapevamo bene cosa fosse inizialmente. E appena la leggiamo la riconosciamo, come l’impronta di un animale di cui eravamo alla ricerca. Lei rivelerà il carattere dell’opera, il graffio, la firma dell’autore. Certo, seguiranno altre pagine che meriteranno “il premio orecchietta”. Ma sarà la prima ad impressionarci, a dare un effetto particolare e del tutto nuovo agli occhi: come esiste l’affascinante novità nell’approfondire il piacevole aspetto di una persona appena conosciuta, esiste la stessa novità nell’approfondire il piacevole aspetto di un romanzo appena iniziato. E questo, grazie la sua prima pagina graffiante.
Pertanto, riporto per intero la pagina numero dodici dell’ultimo libro che ho appena concluso: “La ritirata di Russia” di Egisto Corradi, ammirevole ritratto nel vivo degli scontri della seconda guerra mondiale della grande firma del Corriere della Sera.
“Ho ancora vive nella mente immagine e scene che mai riuscirò a cancellare e che forse rivedrò in punto di morte, come dicono che succeda. Per esempio quei cavalli e muli che colpiti dalle cannonate anticarro venivano sollevati un poco da terra e si squarciavano come giganteschi papaveri rossi e le selle le some volavano via. O quei soldati che sedevano attorno a un fuoco accesso all’aperto, nella neve. Era notte, i soldati guardavano verso le brage ancora rossastre; ma erano morti, il gelo li aveva fulminati qualche minuto prima. E quei congelati e feriti che uscivano dalle isbe strisciando nella neve per raggiungere le slitte sul punto di partire, che pregavano e rantolavano e sembravano vermi. E poi, e poi, quei carri russi che venivano avanti".
"Noi li colpivamo, si vedevano bene i nostri proiettili da quarantasette infrangersi ed esplodere sui musi dei carri; ma questi continuavano ad avanzare come in certi sogni terrorizzanti, quei sogni che vi svegliano di colpo sudati e senza respiro. Avrò per sempre nelle orecchie il loro rumore simile a un frastuono di pesanti catene d’ancora trascinate lungo un greto di sassi all’asciutto. I cingoli, dietro, sollevavano baffi di neve alti due o tre metri; certi carri marciavano rimorchiandosi giganteschi rulli, che erano poi cilindri cavi per il carburante di riserva. Di notte passavano in fila, con i fari che accendevano a intervalli, la neve che turbinava nei coni di luce; e noi accovacciati a pochi metri, immobili e pieni di rabbia per non avere armi capaci di fermarli. Nell’autunno del ’56 ho di nuovo riveduto questi carri russi nelle strade di Budapest. Li ho riveduti in azione, orrendi; ma li ho visti anche immobili e silenziosi in attesa; e mi pareva straordinario, meraviglioso e stupefacente che non si avventassero contro di me sparando e inseguendomi, come tredici anni prima nella steppa russa…”.
Questo è un articolo pubblicato il 25-03-2013 alle 08:45 sul giornale del 26 marzo 2013 - 11435 letture
In questo articolo si parla di libri, cultura, pesaro, stefano rossi, La pagina numero dodici, Egisto Corradi
L'indirizzo breve è
https://vivere.me/K2r
Leggi gli altri articoli della rubrica libri & cultura
