Libri & Cultura: La porta verde

“La porta verde”, raccolta di racconti “Quattro milioni” di O. Henry 6' di lettura 06/05/2013 - “Immaginate di camminare per Broadway, dopo cena, con dieci minuti di tempo per finire il vostro sigaro, mentre state scegliendo fra una tragedia che vi distragga e qualcosa di serio come potrebbe essere una rivista. Ad un tratto vi mettono una mano sul braccio...

... Vi voltate e vi trovate di fronte gli occhi penetranti di una bella donna, meravigliosa nei suoi diamanti e nel suo zibellino siberiano. Lei vi ficca in mano in tutta fretta un panino imburrato, che sembra scottarla terribilmente, fa balenar fuori un paio di forbicine, vi spicca il secondo bottone del soprabito, soffiando fuori in modo significativo la parola “parallelogramma!”, ed imbocca frettolosa una via laterale, guardandosi dietro le spalle, con fare spaurito… Una cosa del genere sarebbe pura avventura. La accettereste voi?”. Domanda al lettore, lo scrittore americano O. Henry, all’inizio di uno dei suoi tanti deliziosi racconti corti (short-stories) ambientati nella New York di fine ‘800.

Dunque? Cosa fareste vi capitasse una cosa del genere? Ve ne andreste imbarazzati o seguireste quella donna? Siete dei puri avventurieri? Non di quelli alla ricerca del santo Graal o di un fantomatico tesoro, con alla fine un premio da conquistare o un interesse da servire. Ma come Rudolf Steiner, il protagonista del racconto di cui sopra, per il quale “poche erano le sere in cui non se ne uscisse dalla sua camera a pigione in cerca dell’inatteso e dell’eroico” e “la cosa più interessante nella vita gli sembrava che fosse proprio ciò che poteva attenderlo al primo angolo di strada”. Lui non si sarebbe fatto scappare un’occasione del genere. Per riprova vi racconto cosa gli capitò una sera.

Bighellonando per le vie, venne sorpreso e attratto da un violento batter di denti in una cassetta di vetro sul marciapiede. Quasi subito s’accorse d’essere un subdolo richiamo pubblicitario di uno studio dentistico lì vicino; un negro gigantesco vestito sfarzosamente, in aggiunta, ne distribuiva cartoncini ai passanti. Questi, ne rifilò uno anche a Rudolf che prima di gettarlo lo adocchiò distrattamente. Sorpreso, lesse scritte ad inchiostro queste tre parole: “La porta verde”. Gli altri cartoncini gettati a terra dai passanti riportavano la solita reclame di qualsiasi dentista con la promessa di operazioni indolori. Allora Rudolf decise di ripassargli di nuovo accanto e prendere un altro cartoncino dal negro gigantesco, ma ancora ritrovò scritte quelle tre parole: “La porta verde”, e nessuna reclame. Controllò altri biglietti a terra ma solo i suoi si rivelavano differenti. Ripassò accanto al gigante per la terza volta, ma quello gli lanciò una fredda occhiata di disprezzo che ferì l’avventuriero Rudolf, come se fosse incapace ad affrontare l’enigma, ciò che stava accadendo: “checché significassero le misteriose parole scritte sul cartoncino, il negro aveva scelto per ben due volte lui fra tutti gli altri come loro destinatario”.

Rudolf si staccò allora dalla folla ed esaminò l’edificio alto cinque piani in cui era situato lo studio dentistico e vari locali commerciali, dove immaginava si nascondesse la sua avventura. Entrò e salendo si fermò al primo pianerottolo illuminato da due pallidi becchi di gas, uno lontano dall’altro. La luce più vicina rivelava una porta verde. Dopo un attimo di esitazione, e tornandogli alla mente “lo scherno offensivo di quel giocoliere d’africano”, bussò. “Cosa poteva mai esserci dietro quei battenti verdi? Gente che giocava? Abili furfanti che preparavano le loro trappole con sottile destrezza?”. La porta si aprì lentamente ed “ecco là, in piedi, una ragazza non ancora ventenne, pallida e malaticcia. Essa lasciò andar la maniglia e vacillò sfinita, annaspando con una mano. Rudolf la afferrò e la depose su un divano sbiadito contro la parete... Miseria, fu la storia che lesse… Cominciò a farle vento; con il cappello. E la cosa ebbe successo, perché le urtò il naso coll’ala della sua bombetta e lei aprì gli occhi. E allora il giovanotto vide che proprio quello, il suo, era il viso che s’era perduto dalla galleria dei ritratti intimi del suo cuore.” La ragazza si riebbe e dopo un breve dialogo in cui rivelò a Rudolf che non mangiava da circa tre giorni, lui si precipitò in strada tornando con una infinità di merce presa da ristoranti e droghieri. “Cominciò a mangiare con una sorta di graziosa ferocia, come una belva affamata. Sembrava che considerasse la presenza del giovane e l’aiuto che le aveva dato come una cosa del tutto naturale; non però coll’aria di disprezzare le convenzioni, ma come chi, per la grave situazione in cui versava, avesse il diritto di metter da parte l’artificio per l’umanità”. Gli raccontò la sua storia, “una delle tante che fanno quotidianamente sbadigliare la città… commessa pagata troppo poco, malattie… Ma per Rudolf essa suonava grande, grande come l’Illiade…”. “Tutto ad un tratto gli occhi le si chiusero e sospirò profondamente”. Rudolf s’alzò e prese il cappello, ma lo sguardo della ragazza gli rivolgeva come una domanda a cui lui ripose prontamente: “Tornerò domani a vedere come va. Non le sarà tanto facile liberarsi di me”. Poi lei domandò: “Come mai ha bussato alla mia porta?”. Dapprima Rudolf fu stretto dalla gelosia pensando ai cartoncini che sarebbero potuti cadere in altre mani avventurose. Ma nell’attimo a seguire “decise che non doveva mai sapere la verità. Non le avrebbe mai detto che era a conoscenza dello strano espediente, al quale la miseria l’aveva costretta: “Abita qui un mio cliente, ed ho sbagliato porta”. Una volta salutata e uscito, percorse curioso tutto il pianerottolo, poi perplesso anche il piano superiore: “tutte le porte di quella casa erano dipinte di verde”. Scese sconcertato in strada andando dritto dall’africano che era ancora là. “Mi vuoi dire perché m’hai dato questi cartoncini e che cosa significano?” gli domandò. “Eggo, badrone” disse facendo un segno col dito, “ma demo che siade in ritardo per il primo atto”. Il dito indicava l’ingresso d’un teatro con sopra il titolo scintillante di una nuova commedia: “La porta verde”. “L’imbresario che lo dà” continuò “mi ha regalato un dollaro berchè distribuissi qualche gardoncino suo, insieme gon guelli del dottore. Bosso darvene uno del dottore?”… Conclusione, che, date le circostanze, ammette senz’altro Rudolf Steiner nelle file dei più grandi seguaci del Romanzo e dell’Avventura.

Ho sommariamente riportato la storia dal titolo “La porta verde”, compresa nella raccolta di racconti “Quattro milioni” di O. Henry.






Questo è un articolo pubblicato il 06-05-2013 alle 09:49 sul giornale del 07 maggio 2013 - 12303 letture

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