Libri & Cultura: intervista al finalista Premio Strega 2013 Paolo Cognetti
7' di lettura
26/05/2013
- "Sofia si veste sempre di nero" di Paolo Cognetti è un romanzo di racconti che va letto per più di un motivo.
Primo, perché Sofia è una di quelle ragazze che potreste tranquillamente incrociare per strada durante la giornata, la quale vi lascerà un poco perplessi, sospesi sulla domanda "perché?": vestita di nero da capo a piedi, magra quanto più possibile, cappuccio della felpa alzato sulla testa, piercing sparsi, un po' maschiaccio, schiva e con un ghigno ferito. Sia che voi abitiate in una grande città, in un piccolo paese o in periferia, la possibilità di incontrarla resta sempre alta: tante Sofie quante guerre famigliari in atto. Figlia ribelle non per natura, ma a scudo delle bombe silenziose che la vita ha deciso di lanciarle addosso fin dalla nascita.
I dieci racconti che compongono il romanzo sono dieci finestre che si affacciano sulla sua vita. Il secondo motivo è perché Paolo Cognetti possiede una scrittura concisa e moderna, piacevole, che non lascia spazio a fronzoli o estetismi ricercati ma va dritto al sodo. Il terzo, invece, risiede nella fine: un libro come questo, con un gran bel capitolo in chiusura, gratifica tutto lo sforzo fatto dal lettore per arrivare fin lì; il quale sforzo, oltretutto, qui, non è affatto contemplato. Il quarto motivo è semplice e unisce tutti i precedenti: Paolo Cognetti ci sa fare veramente. Piccola dimostrazione che la narrativa italiana contemporanea non è affatto in crisi, casomai qualcuno lo pensasse.
Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. È autore di alcuni documentari e ha pubblicato tre opere di narrativa (Manuale per ragazze di successo, Minimum Fax, anno 2004. Finalista al Premio Bergamo 2005 - Una cosa piccola che sta per esplodere, Minimum Fax, anno 2007. Vincitore del Premio Settembrini 2008, sezione giovani. Finalista al Premio letterario Piero Chiara 2008. Vincitore del Premio Renato Fucini 2009 - Sofia si veste sempre di nero, Minimum Fax, anno 2012. Candidato Premio Strega 2013) e due di saggistica (New York è una finestra senza tende, Laterza, anno 2010 - Il ragazzo selvatico, Terre di Mezzo, anno 2013).
Intervista
Nel tuo blog scrivi: "Ho sempre scritto di ragazze per un motivo puro e semplice: la paura boia di scrivere di maschi, ma prima o poi sapevo di doverla affrontare". Qual è il motivo per cui temi di scrivere su te stesso? Si tratta solo di peccare di narcisismo, restando sempre a quello che riporti nel tuo blog?
Domanda difficilissima. Si potrebbe anche porre così: perché scrivi storie inventate invece di scrivere la realtà pura e semplice? Io penso che uno scrittore di narrativa parli sempre di sé, in un modo o nell’altro, ma nascondendosi dentro le sue storie. Che parli della realtà travestendola da finzione. Quale sia la necessità di questo travestimento, è una domanda che davvero si perde nelle origini della letteratura, che sono anche le origini della religione o del mito. Senza arrivare fino a lì, posso dire che secondo me molti scrittori hanno un nucleo (che è un nucleo di dolore, un luogo d’origine, un pezzo scoperto di pelle dove tocchi la carne viva) che è un po’ come la caverna di Superman, la Fortezza della Solitudine: il posto da dove vieni, e dove sei veramente tu, è anche quello in cui perdi i superpoteri e diventi vulnerabile. Allora molti scrittori preferiscono girarci intorno, e quel punto non toccarlo mai. Penso a Hemingway che evitò sempre di scrivere davvero di suo padre, a Salinger che non ha mai raccontato che cosa ha visto durante la guerra, a Carver per cui l’alcolismo era un dato di fatto, qualcosa su cui era meglio non interrogarsi a fondo. Per me quel nucleo ha a che fare con la mia natura maschile. Con l’uomo che sono con una donna, col padre che potrei essere, con l’amico dei miei amici. Finora l’ho evitato parlando d’altro. Però sento il bisogno di arrivarci, di calarmi in quella caverna a costo di perdere i poteri e farmi male. Vedremo che cosa riuscirò a combinare.
Ami la folla (frequenti spesso New York) e la solitudine (fai ritiri in montagna). L'uno non necessariamente nega l'altro, anzi, entrambi si completano: è il modo migliore per osservare la realtà?
No, non amo la folla. New York in alcune sue parti può essere incredibilmente desolata, e quella è la città che amo io. Sono un solitario, una persona che sta male alle feste o nelle piazze gremite, e mi sento benissimo quando ho intorno un paesaggio in cui a perdita d’occhio non ci sono altri esseri umani. Riesco a trovare questo tipo di solitudine sia in una megalopoli che in mezzo alle montagne. Di certo non la troverei in una cittadina di provincia. A me va bene che nessuno si accorga che sono morto fino a quando la puzza del mio cadavere non arriva al pianerottolo, quello è esattamente il luogo in cui vorrei vivere (e morire).
Tornando al libro: è con l'ultimo racconto "Brooklyn Sailor Blues " che è nato il romanzo? Traendo da quello tutti gli altri in un processo inverso?
Sì, è andata più o meno così. Quello è stato il primo racconto che ho cominciato a scrivere ma anche l’ultimo che ho finito, perché andavo continuamente in crisi. Allora lo lasciavo lì e mi mettevo a scriverne un altro. Fino a quando ho capito che era giusto così, perché quel racconto era una sorta di cornice: parlava di me che scrivevo di Sofia. Avrei potuto metterlo per primo, oppure spezzettarlo e inserire i pezzi tra un racconto e l’altro, ma dopo diversi pensieri ho preferito lasciarlo alla fine. Alcuni lettori ne sono spiazzati, altri entusiasti. Certi lo trovano una caduta di stile e certi pensano che dia un senso a tutto il libro. Naturalmente preferisco questi ultimi, quella era la mia idea.
Perché hai scelto di descrivere il mondo di una ragazza come Sofia?
Perché è il mio! Tornando alla prima domanda, per molti versi Sofia sono io.
I rapporti di coppia tra uomo e donna finiscono spesso a causa di incompatibilità di carattere: siamo costretti a fare i conti con l'oscuro passato dell'altro, i suoi fantasmi. Per ciò che è Sofia (il suo oscuro passato e i suoi fantasmi), potresti immaginare i contorni di colui che non la obbligherebbe a scappare? Come se tratteggiassi a grandi linee il suo eventuale compagno per un ulteriore racconto del romanzo.
Che strana domanda. Immagino che Sofia sia stata con uomini molto autoritari, che hanno provato a imbrigliarla e schiavizzarla (e magari per un po’ ci sono anche riusciti), e con uomini servili, uomini-zerbino che invece ha schiavizzato lei, prima di accorgersi che stare con un mansueto bugiardo non le piaceva per niente. Poi ha cominciato a sognare un amore libertario, che significa tolleranza, fantasia, rispetto, nonviolenza, sesso allegro e appassionato, ammirazione reciproca, desiderio, amicizia. È un sogno che ho anch’io. Riusciremo mai a realizzarlo, io e Sofia?
Per chiudere: che sia Milano o New York, Sofia resta tuttavia sempre Sofia. Per Paolo Cognetti, invece, cosa rappresentano le due città?
Milano è molto brutta, New York è molto bella. Eppure, credo di amare così tanto New York perché sono nato a Milano. Sono figlio di immigrati, così come tutti gli amici con cui sono cresciuto, e per questo Milano è una città di bambini senza nonni, di genitori che hanno fatto fatica, di gente che è partita da casa, ha tagliato con le proprie radici, ha coltivato un progetto, ha lavorato duro. Nessuna Milano da bere, nessuna Milano fighetta e cocainomane può cancellare quest’anima della città, quella della fabbrica, dei terroni, delle periferie, dei dialetti, del lavoro. È la città che amo io. A New York l’ho ritrovata così, solo molto più grande, più libera e bella.
“Lo sai che cos’è la nascita? È una nave che parte per la guerra.” (Sofia si veste sempre di nero, Paolo Cognetti)
Questo è un articolo pubblicato il 26-05-2013 alle 22:22 sul giornale del 28 maggio 2013 - 12239 letture
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