Libri & Cultura: intervista esclusiva a 'Evelina e le fate'
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01/07/2013
- Avevo appena terminato il romanzo di Simona Baldelli, “Evelina e le fate”, finalista al Premio Calvino 2012, e sentivo le loro presenze vere e vive sparpagliate attorno; me li ritrovavo tutti attorno. Chi? Chi, se non Evelina, il padre di Evelina, la madre di Evelina, la nonna, la sorella, il fratello, gli sfollati, le fate... e tutti gli altri. E allora perché non azzardare e provare a intervistare proprio loro, i personaggi del romanzo?
Poiché accade così con il libro di Simona Baldelli, un po’ come la vita: non te ne rendi conti, la vivi e basta; e in questo modo le scorri quelle pagine. Poi, una volta terminato, ti lascia di nuovo imitando la vita: con la bellezza del ricordo e una smania di nostalgia addosso.
E tutti loro, Evelina e gli altri, te li ritroverai attorno nel trambusto finale e gioioso della festa per la conclusione a sorpresa della guerra. Ma insieme allo strazio che la guerra seguiterà a seminare col suo lungo strascico funereo, senza sconti per nessuno.
L’inesauribile ingenuità di una bambina, la comicità e le maniere semplici e schiette della gente di Candelara, nel territorio pesarese, la magia popolare delle fate, l’indifferenza cieca degli uomini verso il dolore di altri uomini: sono i caratteri principali del realismo di Simona Baldelli.
LA TRAMA – “Evelina e le fate è la storia di una bambina di cinque anni che vede con gli occhi della sua età quello che accade intorno a lei. Il libro si apre su una scena memorabile, l’arrivo degli sfollati. A Evelina pare che dalla neve stiano uscendo le anime dei morti. In un succedersi incalzante di vicende e colpi di scena, sulle colline attraversate dalla Linea Gotica alle spalle di Pesaro, in attesa dell’arrivo degli alleati, trascorre l’ ultimo anno della seconda guerra mondiale e travolge tutta la famiglia di Evelina, padre e madre molto malata, i fratelli, e il segreto di una bambina ebrea nascosta sotto una botola dentro la stalla. A Evelina si accompagnano, premurose e materne, due fate: la Nera, dai tratti cupi, e la Scèpa, la fata allegra, colorata, con una veste a fiori, che ride sempre. Nei dintorni del casolare si aggirano i partigiani, e il loro capo, il Toscano, ottiene dal padre di Evelina, che simpatizza con loro, del cibo. Evelina e i suoi fratelli trovano il cadavere di un tedesco, e la Nera li fa scappare in tempo, spingendoli a nascondersi, pochi attimi prima dell’ arrivo dei soldati tedeschi. Realtà e magia si mescolano e si intrecciano in questo esordio denso e maturo, facendo rivivere il mondo contadino e insieme quello delle fiabe antiche con l’ intrico complesso della guerra civile e di quella mondiale. Lo stile asciutto che l’ autrice sa ben controllare è arricchito dall’ inserimento di elementi dialettali che rendono il racconto più reale: sono parole magiche, parole amuleti, filastrocche, che aprono la porta al sogno o alla profezia. Evelina prende per mano il lettore e lo introduce in un passato fabuloso e tragico che costeggia l’ invisibile e riscrive alcuni episodi della grande Storia con accenti nuovi.”
INTERVISTA
“Vista l'anomalia dell'intervista, conoscendoli, tranquillizzo in anticipo gli Intervistati, riferendo a loro che non sono assolutamente costretti a parlare un italiano corretto, come fa Piero per fare il bello con Sara, per intenderci. Liberi di esprimerVi in dialetto, liberi di dire tutto quello che volete e come volete”
- Domanda per Evelina - Ricordi la prima volta che hai visto le due fate, la Nera e la Scèpa?
Abbi pazienza, Stefano, se mi introduco in questo dialogo fra te ed i personaggi di Evelina e le fate. Li vedo un po' sbigottiti, in fondo della stanza, che mi guardano con gli occhi sgranati e stanno tutti addossati l'uno all'altro come un piccolo gregge. Tu, che li hai conosciuti nel libro, sai che quando c'è qualcosa che li spaventa, fanno così. Si stringono l'uno all'altro per farsi coraggio...
Mi sembrano, ora che sono tornati ad uscire dalle pagine e che non son fatti di carta, ma di carne, i Sei personaggi di Pirandello, chiedono di avere voce, ma devono trovare la forza di raccontarsi. Aspetta, aspetta, ecco Evelina che viene avanti... dai Evelina, racconta a Stefano se ti ricordi della prima volta che hai visto le fate.
Evelina: Sé, 'a m'arcord...
(oh, santa pace, mi tira per la gonna e vuole che mi abbassi verso di lei... ah, dice che vuole parlare attraverso me, come ha fatto con il signor Carlo quando la interrogavano nel magazzino degli sfollati, abbi pazienza, ha solo cinque anni e tutta questa gente che l'ascolta le mette soggezione, così lei mi parla all'orecchio e poi io vi dico ad alta voce...)
Dice che la prima volta che ha visto la Nera era un giorno d'estate, avrà avuto neanche tre anni e l'avevano lasciata sola a casa perché tutti gli altri erano andati nel campo a raccogliere il grano.... ah, e allora s'è messa a piangere perché non vedeva nessuno ed aveva paura... ad un certo punto, attraverso la porta chiusa della cucina, è entrata questa signora tutta vestita di nero, che le è volata attorno un po' di volte e si è seduta accanto a lei. A quel punto Evelina si è calmata e si è addormentata serena ed ha fatto un sogno bellissimo... la Scépa invece, come racconta nel libro, l'ha vista la prima volta quando è nata ala sorella più piccola, l'Anna. Stava vicino al letto dove c'era la madre che aveva appena partorito. Allora, Evelina, ho detto giusto?
Evelina: Sé, è gita propri acsé!
- Domanda per la nonna di Evelina - In tutta questa faccenda, cosa le ha portato più sofferenza? Quale vicenda le ha provocato più dolore?
Ecco che viene la nonna, un momento, che sta cercando qualcosa nella saccoccia del grembiule... ha tirato fuori un cartoccio di carta marrone. Sai cosa c'è dentro? Un pugno di ciliegie, qualche fetta di pane ed un pezzo di formaggio. Ah, mi sa che ho capito... ti ricordi? E' il cibo che voleva dare a Luigi quando lui e la madre sono andati via. Adesso mi faccio dire perché li ha ancora: nonna, perché avete ancora questo cartoccio? Vi è dispiaciuto che Luigi non abbia voluto la roba che gli avevate preparato da mangiare?
Nonna: Sé, quest m'ha fatt propri mèl. Perché chi l'è trest l'ha da essa castighèt, però 'an ha da patì la fèm. La fèm la j'è 'na roba brutta un bel po'.
- Domanda per il padre di Evelina - Mentre la camionetta dei fascisti vi stava portando via, cosa le passava per la testa?
Eccolo che avanza con il cappello in mano e grattandosi la testa. Tu lo sai che questo lo aiuta a pensare meglio...
Padre: 'A j'ho pensèt che 'an vedeva crèscia ma' i mi' fiol e che 'an aveva fatt in temp a tajè el grèn.
- Di nuovo domanda per il padre di Evelina - Quel maiale nella chiesa, durante la cresima di Piero, come ha fatto a prenderlo? Cum l'è blochèt?
Padre: 'A l'ho strett fort m'al coll, che a momenti el strozzeva. Mica l'era la préma volta ch'el scappeva! 'Ste boia d'un baghén, 'an aveva pec!
- Domanda per il fratello di Evelina, Piero - E' vero che avevi un debole per Sara? Ossia la Principessa, come la chiamava tua sorella Evelina.
Anche Piero viene avanti grattandosi la testa, ma tu lo sai che gli piace far vedere che è già grande e quindi copia tutte le mosse del padre (è convinto di avere molto di più dei suoi undici anni...)
Piero: Sé, la me piaceva molt. 'A poss parlè in italiano? Acsé la Sara la ved che 'a so' istruit, perchè me, 'a vagg a scola... Ecco, mi piaceva perché aveva le mosse gentili e mi guardava sempre negli occhi quando mi parlava. Mi faceva sentire importante, come uno grande, ecco, sì, mi piaceva perché era bella e vicino a lei mi sentivo bello anch'io, e intelligente. E forte, ecco, sì, mi sentivo forte come un uomo.
- Domanda per la madre di Evelina - Lei rimane quasi sempre in ombra a causa della sua malattia. Le lascio questo piccolissimo spazio se c'è qualcosa che vorrebbe dire, un pensiero o che altro.
La mamma di Evelina sta avanzando con una pannuccia davanti alla bocca, tu lo sai perché... e ha certe occhiaie peggio del solito. Fa cenno con la mano, toccandosi la gola e il petto, mi sa che vuol dire che non riesce a respirare, ma qualcosa sembra che la voglia dire. Avvicinati, perché lei parla con un filo di voce...
Madre: Per carità, non ho niente da dire... quello che penso io non è importante. Però... mi scusi, ho una domanda: lei l'ha vista crescere l'Evelina? E Piero, la Carla? E gli altri?... sono diventati grandi? Sono stati felici? Hanno mai chiesto di me? Si ricordano della loro madre?... mi perdoni, ma devo tornare nel gruppo... non mi viene su il fiato...
- Domanda per Carlo degli sfollati - Ci vuole ribadire il concetto di Platone? Quando poco prima diceva che siamo tutti colpevoli se pensiamo che le sole cose che ci riguardano sono quelle che ci toccano da vicino. Nella cucina dei Cecchini, a fare questo discorso, ho notato che non si trovava proprio a suo agio.
Carlo: Vede, signor Stefano, io ci penso spesso a quella frase di Platone che dice "ci sarà un buon governo solo quando i filosofi diventeranno re o i re diventeranno filosofi." Secondo me, la chiave della democrazia, così come l'intendevano i greci che per primi l'hanno applicata, è tutta lì. Perché se la scrittura di una legge o la sua modifica, avviene dopo il fatto, non potrà mai essere una legge giusta, ma sarà per forza condizionata dagli avvenimenti o dalle necessità dei pochi che amministrano la legge. Bisogna ragionare prima dei fatti, pur se lo si fa in astratto. Pensare a quello che può essere il migliore dei mondi possibili e domandarci: cosa possiamo fare, tutti, per costruirlo e perché rimanga tale in eterno? E, soprattutto, perché sia il migliore dei mondi possibili per tutti e non per alcuni privilegiati? Perché non esiste la felicità se non è condivisibile. E l'infelicità di pochi, prima o poi, finisce sempre per diventare un problema per molti. Si tratta di vedere lontano e, possibilmente, verso un orizzonte dove converga lo sguardo di tutti. Però mi hanno detto che, poco dopo le nostre vicende, è stata scritta una Costituzione. Ecco, mi piacerebbe poterla leggere, sono sicuro che sarà stata scritta da persone sagge e preparate, con lo sguardo lungo. E mi scusi se sono stato un po' prolisso o troppo ideologico. Noi professori di filosofia tendiamo spesso a volare con la fantasia...
- Domanda per l'autrice Simona Baldelli - In che cosa assomigli di più a Evelina?
Bhè, Evelina è mia madre, e, quindi, molte cose di lei mi appartengono.
Quella che per me è più preziosa, è la capacità di guardare le cose come se le vedessi per la prima volta.
Senza preconcetti e, soprattutto, senza pregiudizi.
E, come lei, anche io aspetto che arrivi il momento in cui le formiche escano da sotto terra...
- Domande per le due fate, la Scèpa e la Nera - Sappiamo che la Scèpa e la Nera non parlano ma si fanno capire a modo loro. Sicché chiedo a Carlo o alla stessa Simona Baldelli di riferirmi come reagiscono alla mia domanda/richiesta: uno di questi giorni verrò a Candelara e mi farò riconoscere perché avrò sottobraccio il romanzo "Evelina e le fate".
Dicono che non vedo l'ora che tu vada a conoscere i posti dove vivono, in particolare non vedono l'ora di attraversare, con te, l'arco del castello. La Scèpa s'è già messa a ridere e ballare la sua mazurca (mi sa che aspetta da te quel misterioso incantesimo che le farà ricrescere i denti...) e la Nera le lancia certe occhiatacce...
- E chiedo alla Scèpa e alla Nera, se vorranno farmi il favore di mostrarsi solo per un attimo svolazzandomi sopra o attorno. Poi me ne ritornerò da dove sono venuto... Come reagiscono?
Mi guardano a bocca aperta perché pensano che devi essere o un po' sciapo o molto distratto: è da mo' che ti svolazzano attorno!
Un Grazie Speciale a Simona Baldelli che ci ha concesso l’immenso piacere, forse il più grande per un lettore, di poter parlare con i personaggi del suo romanzo.
Un saluto a tutti loro e un abbraccio alla Madre di Evelina… ma ora, è meglio che io vada, non voglio fare attendere oltre la Scèpa…
Questo è un articolo pubblicato il 01-07-2013 alle 09:13 sul giornale del 02 luglio 2013 - 14464 letture
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