Libri&Cultura: con Fabio Stassi e 'L'ultimo ballo di Charlot'

Fabio Stassi 7' di lettura 29/07/2013 - Charlie Chaplin è Charlot il vagabondo. Charlot è Charlie Chaplin. L'uomo e il talento coincidono. L'uomo e l'artista, un'unica persona. Nel corso della sua esistenza, Chaplin, tra mille peripezie, non ha fatto altro che inseguire caparbiamente il suo destino.

Il circo, i sogni, il cinema, l'America, l'amore... Un funambolo della vita. Fino a un pomeriggio piovoso del 1914, quando, prima di entrare in scena, improvvisa un costume e si guarda allo specchio: mai si era sentito così a suo agio come dentro quei panni. Una stretta giacchetta, pantaloni e scarpe più grandi della sua misura, una bombetta, un bastone da passeggio e piccoli baffi. Non era stato difficile scovare quell'aria da malinconico e buffo vagabondo. Era già tutto nei suoi occhi, nel suo sangue, nelle mani. Tutto scritto nel suo passato.

L'ULTIMO BALLO DI CHARLOT

"In una sera di Natale la Morte va a trovare Charlie Chaplin nella sua casa in Svizzera. Il grande attore e regista ha passato gli ottant'anni ma ha un figlio ancora piccolo e vorrebbe vederlo crescere accanto a sé. In un lampo di coraggio Chaplin propone un patto alla Vecchia Signora: se riuscirà a farla ridere si sarà guadagnato un anno di vita. Inizia così un singolare balletto con la Morte, e quella notte a salvarlo non sarà la tecnica consumata dell’attore ma la comicità involontaria che deriva dagli impacci dell’età. La questione però è solo rinviata: anno dopo anno, a Natale, la Vecchia tornerà a reclamarlo e bisognerà trovare il modo di suscitarle almeno una risata. Nell’attesa dell’incontro fatale Chaplin scrive una lunga e appassionata lettera al figlio. Vuole raccontargli la storia vera del suo passato, quella che nessuno ha mai ascoltato, ed ecco che dalle sue parole scaturisce l’avventura rocambolesca di una vita e il ritratto di un’epoca rivoluzionaria. Avventura, sentimento, lacrime e risate, l’emozione del cinematografo e le meraviglie di una nazione che riusciva a sognare ad occhi aperti. Con l’aiuto del vagabondo più amato di ogni tempo."

Fabio Stassi, di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma come bibliotecario. È autore di quattro romanzi, Fumisteria (2006, Premio Vittorini per il miglior esordio), È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008, Premio Palmi 2009; Premio Coni 2009), L'ultimo ballo di Charlot (2012). Ha scritto inoltre Holden, Lolita, Živago e gli altri. Piccola enciclopedia dei personaggi letterari (1946-1999) (2010).
"L'ultimo ballo di Charlot", Sellerio Editore, è nella cinquina finalista del Premio Campiello 2013. La finale avrà luogo nel teatro La Fenice di Venezia il 7 Settembre.

QUATTRO CHIACCHIERE SERIE CON FABIO STASSI

La prima domanda è un giochetto giornalistico: ti chiedo un pezzo di massimo 600 battute che ci faccia conoscere meglio Fabio Stassi.

Il primo aggettivo con cui mi definirei è pendolare. È quello che faccio da vent’anni, su una linea secolare, da Viterbo a Roma. Quattro ore al giorno sui treni, ma è stata la mia risorsa: ci leggo, ci scrivo. La seconda espressione è un proverbio: “sembrano traversie ma sono opportunità”, un piccolo manifesto per affrontare la vita. La terza parola è desterrado, senza terra. Sono figlio di emigranti, appartengo a una terra che non ho mai abitato. La mia casa è un’isola nella nebbia a cui cerco di tornare scrivendo. L’ultimo sostantivo è inventato, ed è “tremerario”, perché ho tre figli e nutro ancora uno scellerato ottimismo verso la vita.

Tra le tante definizioni, la comicità per Charlie Chaplin è come un mondo capovolto, è disubbidire ad una logica. C'è tra i tuoi ricordi una scena comica o buffa in grado di mostrare un mondo sottosopra?

Ricordo quando imparai a fare le capriole. Ero così felice come se avessi scoperto uno dei segreti del mondo. I miei genitori portavano i parenti e gli amici nella loro camera e io sopra il loro letto mi esibivo davanti a questo pubblico improvvisato. Avrò avuto cinque anni. Non la smettevo più di fare capriole. Mi spingevo fino al bordo del materasso, poi ricominciavo. Tutti ridevano, applaudivano e io provavo una strana euforia.

Il momento più critico nella costruzione de "L'ultimo ballo di Charlot"?

È stato prima che entrasse in scena Chaplin. Avevo iniziato a scrivere questa storia sull’invenzione del cinema da parte di un Arlecchino nero, l’ultimo inserviente di un circo che si innamora di una struggente acrobata, ma non sapevo come svilupparla. Per un po’ l’ho tenuta in un cassetto credendo che non l’avrei più ripresa, nel cantiere di tante idee smesse. Poi invece, qualche tempo dopo, mi venne in mente che avrei potuto intrecciarla con una vita immaginaria di Chaplin , e ogni cosa si è incastrata ed è andata a suo posto.

Questa è più una mia curiosità personale: se potessi svelare qualcosa di più sulla figura di Arléquin, uno dei personaggi centrali del romanzo.

È il primo personaggio a cui ho pensato. Tutto parte da lui, e tutto finisce con lui. Arléquin è per me un Orfeo negro. Ti ricordi il film brasiliano con cui nasce la bossa nova? La sua storia è una favola sull’accettazione della mortalità, del destino di separazione che hanno in sorte gli esseri umani. Quando Orfeo si volta verso Euridice lo fa consapevolmente. È diventato un adulto, ha capito che non c’è nessuna resurrezione, per gli antichi, che dal regno delle ombre non si torna, che non riabbraccerà mai il suo fantasma perché nessun fantasma si può riabbracciare. Il patto con gli dei è una truffa. Tutto quello che può fare è trattenere un’ultima visione, gettare un ultimo sguardo sul passato, strappare al Tempo una scheggia di tempo, un fotogramma, una infinitesima goccia di splendore di quello che si è vissuto, dei sentimenti che si sono provati. Voltandosi, scegliendo di voltarsi, Orfeo inventa la letteratura, e inventa il cinema e si prende l’unico risarcimento possibile. È un gesto di grande disperazione e di grande tenerezza. Completa la sua educazione al dolore, alla perdita e al tradimento, quello che subisce dagli dei e quello che compie infrangendo il loro divieto. Quello sguardo verso Euridice è per me lo stesso sguardo di Arléquin, chino sulla sua scatola magica, quando rivede dopo un’infinità di anni l’acrobata della sua giovinezza volteggiare per aria. Lo stesso sguardo di Charlot verso la fioraia che ha riacquistato la vista, nell’ultima scena di Luci della Città.

Come risposta una domanda: scrivendo questo libro, ti è mai venuto in mente qualcosa che avresti voluto chiedere a Chaplin?

Qualche tempo fa, a un incontro, un lettore mi ha detto che questa storia sarebbe piaciuta molto a Chaplin, se avesse potuto leggerla. L’ho ringraziato per la generosità, ma non ci avevo mai pensato. Ora ogni tanto me lo chiedo, anche se con terrore. Non so se ci si sarebbe riconosciuto. Avrei voluto chiedergli però di scrivere un tema, una melodia, per sapere se la musica di fondo era la stessa. E poi, anche, davanti a un bicchiere, se il suo amico Douglas Fairbanks ha fatto per davvero la verticale sull’orlo del Grand Canyon…

“Sono figlio di emigranti, appartengo a una terra che non ho mai abitato. La mia casa è un’isola nella nebbia a cui cerco di tornare scrivendo” (Fabio Stassi)

CURIOSITA’

- La prima comparsa di Charlot nel cinema (https://www.youtube.com/watch?v=aqkgcInKkos)
- Il mito di Orfeo e Euridice (http://www.settemuse.it/arte/storia_di_orfeo_e_euridice.htm)
- La canzone del film “Orfeo Negro” (http://www.youtube.com/watch?v=nVkDfnGobmI)

Libri&Cultura va in vacanza, prossimo appuntamento a metà settembre!!!








Questo è un articolo pubblicato il 29-07-2013 alle 07:19 sul giornale del 30 luglio 2013 - 13183 letture

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