I fiori del terremoto tra scienza e poesia
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07/01/2014
- Poesia e letteratura, scienza e tecnica: realtà diverse dell’essere uomo. S’incontrano, si scontrano, si oppongono, s’integrano, così nel corso della storia. A seguito del sisma del 6 aprile 2009, in diverse occasioni, è stato riportato alla luce un elzeviro della scrittrice Laudomia Bonanni, pubblicato il 12 ottobre 1974 su Il Giornale d’Italia e intitolato 'I fiori del terremoto'.
La bellezza della pagina letteraria e la catastrofe della natura s’incontrano e mescolano la storia. Il terremoto è spesso presente nei suoi scritti sia in termini evocativi dell’infanzia che riconducibile a esperienze dirette, fungendo da 'cornice' per numerose situazioni narrative:
E ho poi capito come, in realtà, il terremoto del ‘700 non sia mai stato dimenticato. Esattamente il 2 febbraio 1703, il giorno della Purificazione, la città venne in gran parte falciata […]. Nondimeno è rimasto il giglio del terremoto. Lo ignoravo. Mi capitò per caso di scoprire, sulla facciata di una casetta medioevale con bifore, questo piccolo giglio nero in ferro battuto. Uno solo, verso lo spigolo a destra. Piccolo, stilizzato, come il giglio fiorentino. E poi altri, sempre su edifici vetusti, ma diversi, alcuni più ricchi e anche più numerosi. Messi, molto in alto, di qua e di là degli spigoli, a coppie. Giglietti coi petali spiegati, tre, sottili, ricurvi in fuori, quelli grandi a quattro petali esterni e quattro interni, nel mezzo il pistillo con capocchia. Secondo la grandezza e l’importanza della casa o palazzo. Vi stanno da due secoli e mezzo, a testimonianza di gratitudine per essere salvati dal disastro. Si tratta insomma dei muri rimasti indenni nel 1703, giorno del terremoto distruttivo e giorno della Purificazione. Fiore di devozione. Per grazia ricevuta. […]. (Il Giornale d’Italia, 1974)
Da questa testimonianza nacquero osservazioni e dubbi espressi dallo storico Elpidio Valeri e dall’architetto Maurizio D’Antonio i quali, pur riconoscendo la poeticità e la bellezza dell’interpretazione artistica, sollevarono obiezioni sull’autenticità storica di quello che lo scrivente denominava 'il giglio aquilano'. D’Antonio raccolse la provocazione amicale ed ora è giunta in libreria la dimostrazione scientifica di un’altra verità. E' di questi giorni l’uscita del suo libro Ita terrae motus damna impedire - Note sulle tecniche antisismiche storiche in Abruzzo (Carsa edizioni), un poderoso studio delle tecniche antisismiche dei secoli passati che hanno impedito un crollo generalizzato degli antichi edifici nella tragica notte del 6 aprile 2009.
Una buona parte del capitolo 'Tipologie di presidi antisismici storici' è dedicata ai gigli della Bonanni, alla loro collocazione come “pregevole decorazione in metallo dei capochiavi di catene poste a salvaguardia antisismica degli edifici storici” e messi su costruzioni rinascimentali preesistenti al terremoto del 1703. “I gigli sono lì non da tre secoli, ma da cinque” perché essi furono realizzati contemporaneamente alla messa in opera della catena, essendo tecnicamente impossibile una collocazione successiva. Con dovizia di particolari tecnici, l’architetto D’Antonio ripercorre la storia delle diverse tipologie di capochiave che vanno dal XV al XX secolo, le modalità di collocazione delle catene metalliche e lignee, alcuni esempi di case con gigli (casa di Jacopo Notar Nanni, palazzo Dragonetti, chiesa di San Martino di Presciano, palazzo di Fossa Osteria, ecc.) e la creatività artigianale delle decorazioni secondo le epoche di messa in opera. Così “i nostri gigli” si trovano all’Aquila, ma non solo. Inoltre foto e disegni accompagnano i fiori del terremoto in un lungo percorso conoscitivo.
Ma il libro non è solo questo. Per capire, due citazioni dalla Premessa: la prima di Leon Battista Alberti, “la negligenza e la trascuratezza degli uomini”, come contributo agli effetti distruttivi dei terremoti, la seconda di Lewis Mumford, “quando la sicurezza a lunga scadenza contava più del profitto immediato”, per un richiamo a presidi antisismici in cui diverse competenze collaborano per sistemi di rinforzo spesso dimenticati o volutamente ignorati.
Un lavoro profondo, teso a coniugare la validità della memoria scientifica con la correttezza di scelte progettuali proiettate verso il futuro. Ed insieme alla sapienza scientifica che D’Antonio esprime, la bellezza dell’arte della Bonanni che, oltre la verità, non si può dimenticare.
Questo è un articolo pubblicato il 07-01-2014 alle 17:50 sul giornale del 08 gennaio 2014 - 10387 letture
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