Mussolini, un segreto che può riscrivere la storia d'Europa: 'Il mistero dell'oro di Dongo', di Paolo Di Vincenzo

5' di lettura 20/01/2014 - E’ una narrazione avvincente quella che Paolo Di Vincenzo sviluppa nelle pagine de 'Il mistero dell’oro di Dongo' (Amazon-CreateSpace), fresco di distribuzione. Il suo essere avvincente, dote sempre più rara nella narrativa italiana, deriva soprattutto da tre aspetti tradizionali che il bravo autore ha coltivato con umiltà e intelligenza, cioè l’abilità nell’intessere il plot e lo stile, chiaro e lineare, che appaiono evidenti fin dalle prime pagine.

Ma c’e n’è un altro che rappresenta il vero collante di tutto il libro, che è ancora più raro ed ha nome: vitalità di racconto. Il plot, cioè l’intreccio, la trama, prendono subito il lettore: il protagonista Marino Picucci (responsabile di Cultura & Società del quotidiano l’Adriatico, nome dietro il quale è facile cogliere il riferimento al maggior quotidiano d’Abruzzo e al ruolo che Paolo Di Vincenzo ha rivestito in esso per tanti anni), seguendo una traccia misteriosa che porta al tesoro di Mussolini, in fuga verso la Svizzera nell’aprile del 1945, viene catapultato, insieme con la moglie e altre 'accolite', a Gardone Riviera, sul lago di Garda, dove ha modo di incontrare strani personaggi - tra cui un inquietante faccendiere e un novantanovenne dalla memoria lucidissima, che in punto di morte, ospite dello stesso albergo dove si trova Picucci col suo gruppo, si abbandona a una confidenza decisiva per l’azione seguente.

Le accolite di Picucci, per una ragione che si lascerà scoprire al lettore, alloggiano lì vestite da suore (pur usando un frasario, quando sono sicure di non essere sentite, non esattamente 'monacale') e quindi il giornalista è fortunato, per essere state le due pseudoreligiose chiamate in fretta dall’albergatore al capezzale del morente, il quale chiede una presenza religiosa nel trapasso senza che sia possibile trovare un prete; e a loro il novantanovenne, prima di spirare, fornisce questo indizio fondamentale.

Qui Paolo Di Vincenzo pratica senza inibizioni quel canone che i critici, in materia narrativa, chiamano sospensione dell’incredulità e che è essenziale affinché il lettore si lasci rapire dal libro: fa trovare le due a uno snodo del destino per essersi messe sulle tracce giuste, nel posto giusto al momento giusto. E’ un dato che richiede la complicità del lettore, ma è facile ch’essa si crei perché il romanzo di Paolo Di Vincenzo è un romanzo d’azione in cui questi elementi di coincidenza, di destino, di fortunata casualità si mettono a servizio di un vorticoso giro di azioni quale quello che rapirà Marino Picucci. E stavolta bisogna fermarsi davvero, senza rivelare altri elementi della trama, per lasciare al lettore tutto il gusto di scoprirli.

Gli anglosassoni direbbero che Il mistero dell’oro di Dongo è eventful, ricco di accadimenti e in effetti non lascia fiato al lettore. In tal senso è anche - sempre perchè abbiamo deciso di usare parole inglesi, in omaggio all’autore che ha curato anche la traduzione – un page turning, un libro che costringe a voltar pagina di continuo, sino alla fine. In ciò recupera felicemente una tradizione in un Paese, come il nostro, che proclama e si vanta d’aver mandato in soffitta il plot (cosa che nessun altro narratore si sognerebbe di fare all’estero, perché verrebbe a ragione tacciato di non saperlo costruire).

Il secondo elemento è lo stile, molto giocato sui dialoghi, che percorrono quasi interamente il libro, ritraendosi volutamente, come è giusto che sia in un romanzo così, da una introspezione che stonerebbe rispetto alle sue frequenze. Non manca invece la caratterizzazione dei personaggi fatta con rapide pennellate. Ecco allora il Picucci autoironico, intelligente e a volte un po’ assente; ecco la moglie, perfettamente complementare a lui, che lo conosce bene in certe sue svagatezze; ecco la mascolina amica, funzionaria, che gli salva anche la vita a un certo punto; il faccendiere dall’animo inquinato; il legnoso funzionario ministeriale; il direttore del giornale che non capisce niente.

Com’è tratteggiata questa folla di personaggi? Coi dialoghi. Con il pastiche linguistico attraverso il quale Paolo Di Vincenzo fa esprimere ognuno di loro: nelle divertenti interiezioni, che diventano cifra connotativa dei dialoghi, in cui si spreca il pescarese, ma non mancano il napoletano, il siciliano, nè mancano riferimenti ai dialetti e alle articolazioni logico-fonetiche del Settentrione, ciò che “sbozza” i personaggi un po’ a tutto tondo, per i tratti occorrenti al libro.

C’è l’eco di Camilleri? Per fortuna no. C’è meno piaggeria qui e più contenimento nell’uso di una lingua che diverte sia l’autore sia il lettore, senza costringere quest’ultimo a un sforzo di memoria sull’uso di locuzioni convenzionali già incontrate, o alla consultazione di un vocabolario di siculo…che poi siculo non è, trattandosi di un “trinacrico inesistente” inventato solo per il commissario di Vigata.

Terzo elemento, la vivacità. Il romanzo è vitale. E’ ricco di sensazioni pulsanti, senza bisogno di ricorrere a trucchi per rendere quella che è appunto la tenuta, nell’insieme, del racconto: accanto al quale non sfigurerebbe un sequel, con un personaggio ben riuscito e simpatico come Picucci.

Paolo Di Vincenzo, se può formularsi una previsione, non ci farà conoscere la stagnazione, come altri autori partiti bene nella narrativa di genere, ma presto impantanatisi nelle sabbie mobili da loro stessi create, caratterizzando troppo personaggi che possono funzionare una volta sola. Picucci è preservato da tale rischio. L’autore non ne fa una macchietta, ma – in ogni senso del termine – un personaggio di cui si vorrebbe, sorridendo, sapere di più. E’ già seriale, in qualche modo. Lo si rivedrà in azione su altri aurei filoni che non passano per Dongo?


La scheda dell'autore

Paolo Di Vincenzo è nato a Pescara il 9 dicembre 1961. Nel 1985 si è laureato al Dams di Bologna. Critico musicale e giornalista molto noto in Abruzzo, per anni caporedattore presso il quotidiano Il Centro, dal 2011 è docente a contratto di Comunicazione e tecnica del giornalismo presso la facoltà di Scienze della comunicazione dell'Università di Teramo.

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Il mistero dell'oro di Dongo, di Paolo Di Vincenzo
Amazon-CreateSpace, 2012
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Questo è un articolo pubblicato il 20-01-2014 alle 10:27 sul giornale del 22 gennaio 2014 - 10902 letture

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